Ex modella, studentessa universitaria di lingue e comunicazione, appassionata di pubblicità, giornalismo e social media marketing. Nel tempo libero teatrante e blogger su #Arianna chi?. Redattrice presso Linkursore dal 2015, con un occhio di riguardo verso l’attualità, la moda, le curiosità e le tendenze del momento.

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PASSAGGI D’AUTORE – Libano, El Juego del Escondite: tra finzione e realtà.

ARIANNA LAI – Inviata de Linkursore a ‘Passaggi d’Autore, Intrecci Mediterranei‘. “Quattro anni fa la mia vita è stata distrutta” queste sono le parole di Faoutoma al Hussen, la protagonista del cortometraggio El juego del escondite del regista spagnolo David Muñoz che viene letteralmente guidato durante un viaggio di 23 minuti nel campo profughi libanese in cui la donna vive da quattro anni dopo essere fuggita dalla Siria, insieme ai suoi cinque figli.

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Fin dall’inizio della proiezione è stato percepibile lo sbigottimento da parte del pubblico in sala: insieme agli abitanti del campo profughi, anche la troupe fa capolino nelle scene del film mentre conduce, indirizza, inquadra, dà ordini agli “attori”.

Il cortometraggio è divisibile in più strati. Ad un primo livello viviamo una circostanza che normalmente è pressoché ignorata dalle telecamere dell’informazione globale: il post guerra nelle terre di nessuno. Non ci sono bombe, bambini malati, feriti o in lacrime, cose alle quali siamo stati educati ad accompagnare quantomeno una dose massiccia di indignazione. È in rilievo invece l’ineludibile noia degli abitanti, il lento trascinarsi verso la giornata che segue, che manifesterà le stesse problematiche di quella precedente: non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è un lavoro con il quale guadagnarseli. I profughi sono prigionieri in un limbo che sembra volerli risucchiare in una voragine intenzionata a spegnere lentamente prima la loro speranza, poi il loro sguardo, quindi tutto il resto. Ed è qui che si schiude un secondo livello, più profondo, e per questo probabilmente ancora più veritiero: David e la sua troupe si mostrano mentre indicano alla donna come camminare, ai bimbi come comportarsi mentre giocano, ai traduttori cosa comunicare. Il backstage diventa stage. Ecco finalmente chiara la volontà del direttore esecutivo: la necessità di trovare su uno stesso piano siriani e spagnoli, oriente e occidente. Un’unica superficie, meritevole di pari attenzione, interesse. David entra anche in campo, mentre suggerisce a due dei bambini coinvolti nella fiction documentaristica come interpretare il gioco del nascondino : “dovete nascondervi, ma deve intravedersi la testa”.

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Ed è così che tutti i protagonisti del film fanno capolino dal loro nascondiglio: i bambini, mentre fuggono da una realtà che non hanno scelto. Le donne dalle loro dimore, mostrandosi per ciò che sono in quel momento: evase dal peggior disastro umanitario degli ultimi trent’anni, sole, logorate, corrose dalla vita nel campo. E con esse gli spagnoli, in un gioco ad incastri che ha come risultato una lunga serie di immagini che porta a riflettere e ad auto-proporsi quesiti scottanti: ci interessiamo a ciò che “non fa notizia”, ai luoghi dove fisicamente non scorre il sangue? Percepiamo noi stessi alla pari delle persone di cui immortaliamo i disagi?

Il regista ha dichiarato: “spesso noi europei in terre come quelle ci sentiamo in missione umanitaria. Crediamo di avere un ruolo. Loro invece ci vedono come dei marziani, che irrompono nella loro quotidianità. Per questo ho scelto di mettere a nudo la mia troupe, e di incarnare quella dimensione, mostrandovela così com’è”.

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Quattro anni nella stessa precaria condizione, quattro anni trascorsi a nascondersi, a sperare, a trovare una soluzione, privati della propria identità in quanto tale. Quattro anni dove il nostro punto di vista è stato lo stesso di alcuni degli intervalli presi dallo storytelling che ci proponeva il regista, con un’inquadratura integrale del campo lontano delimitato da pilastri fatiscenti, che davano proprio l’idea di lontananza e disinteresse. Le tende ci sono, gli abitanti pure, ma hanno un recinto: non ledono davvero la nostra coscienza.

Questo è El juego del escondite, un film dove si nasconde con successo solo la realtà, regalandoci di tanto in tanto un apparizione, l’illusione di aver intuito qualcosa, anche se ancora molto lontano dalla reale percezione di quello che è stato.

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