Redattore presso Linkursore dal 2013; Studente di Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Roma Tre, Lettere e Filosofia. Ha collaborato con l’Università di Roma Tre e il professor Massimo Ghirelli alla redazione di un progetto pilota, durante il corso di Cooperazione Internazionale, per la realizzazione di una Casa-famiglia per ragazze madri e minorenni in El Salvador, curando in particolare: la Scheda Paese S.T.R.E.A.M. e il Piano Finanziario. ; Esperto del mondo del Cinema e dello Spettacolo. Transmedia Web-Editor e Content Curator per Linkursore dal 2014, aspirante giornalista. Passione anche per la musica, l’arte e il mondo del calcio. Durante la sua collaborazione con Linkursore ha acquisito competenze di gestione della redazione, contribuendo alle publicazioni con oltre 56 articoli firmati.

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Suburra, la Roma noir di Stefano Sollima

La “Suburra” nell’antica Roma era il quartiere dove potere e criminalità si incontravano in segreto, il quartiere dei miserabili, dei reietti abbandonati alle pendici del Quirinale e del Viminale. Per Sollima il tempo non è cambiato, ed oggi Suburra, resta ad indicare una realtà sotterranea, un mondo sotto la città dai confini labili ed indecifrabiliE’ il 5 novembre 2011. Manca una settimana alle dimissioni di Silvio Berlusconi: 7 giorni nei quali s’intrecciano i destini di onorevoli, prostitute, criminali, lungo una scia di sangue che dal litorale di Ostia arriva dritto al cuore politico e spirituale della Capitale. Ispirato all’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo de Cataldo, uscito nel 2013, il film è secondo le intenzioni del regista “un gangster movie che riflette la fine di un’era, di un mondo politico e di un mondo criminale che sta diventando altro ma non sa ancora bene cosa e quindi si agita con sanguinosi colpi di coda in attesa di un nuovo ordine”. Sollima non denuncia nulla, ma si concentra sull’importanza di raccontare una storia, dove l‘avidità non ha estrazione sociale, non ha cultura, non ha sazietà e corre lungo un filo che unisce gli scranni del potere, dentro e fuori le istituzioni. “Suburra è un racconto sulla città e sul potere”, ha detto il regista. “Abbiamo iniziato due anni e mezzo fa a lavorarci con l’idea di fare un film allegorico, simbolico e non cronachistico. Ho voluto fare una sorta di gangster movie, un noir metropolitano un po’ spinto: un film di genere per cui ho anche usato la macchina da presa in un certo modo, con campi lunghi”. Sollima usa i suoi classici montaggi alternati, spietati per il senso morale che sottendono: il male è implacabile e non si ferma davanti a niente e a nessuno, attraversa le classi e il Tempo, dall’Antica Roma ad oggi.sub4

Il soggetto (e parte anche della sceneggiatura scritta insieme a Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Carlo Bonini) del magistrato Giancarlo De Cataldo presenta diverse analogie con i lavori passati sia di Sollima che di De Cataldo stesso: è impossibile non fare paragoni con Romanzo Criminale, di cui Suburra è per certi tratti l’erede. La struttura di Suburra è la naturale evoluzione di quello che ha avuto inizio negli anni ’70 narrato nelle precedenti opere e può trovare una collocazione temporale come capitolo conclusivo di una trilogia letteraria dedicata a Roma. Sollima in questo “ultimo capitolo”, legge la città come un centro del male. Un letto di un fiume pieno di acqua fognaria che ristagna e si ricambia restando però perennemente putrida e malsanaLa fotografia di Paolo Carnera (che ha già collaborato con Sollima in ACAB – All Cops Are Bastards e in Romanzo Criminale – La Serie) è molto cupa, concentrata sui toni freddi del blu e del grigio, ma allo stesso tempo ipnotica e coinvolgente, dotata di un’estetica noir raffinata, capace di emozionare anche nel forte contrasto con la violenza delle immagini. L’incessante pioggia presente in tutto il film, non è pioggia di redenzione o purificatrice. Ma una pioggia intesa come metafora simbolica di quanto il male possa inghiottire le città e gli uomini che le popolano. Anche per le scene ambientate ad Ostia viene utilizzato uno stile molto particolare e suggestivo, che rispetto a Roma trova respiro in spazi molto più vasti ma comunque cupi, privilegiando le riprese a Campo lungo, con uno schema cromatico dettato dai toni freddi anche a livello scenografico.sub1

La recitazione del cast è di grande livello, non c’è un personaggio che sia fuori posto, a partire dai protagonisti che, seppur facciano parte di una storia corale, rivelano uno spessore recitativo sorprendente, fino ai personaggi secondari e alle comparse. Il Samurai interpretato da un convincente Claudio Amendola è di una freddezza disarmante, ottima controparte di Pierfrancesco Favino che con grande bravura ed incisività interpreta il ruolo di un politico meschino e corrotto. Elio Germano, Giulia Elettra Gorietti e Adamo Dionisi fanno parte di un brillante trio, molto ben bilanciato e con una evoluzione totalmente completa dove nulla è lasciato al caso. Una delle migliori interpretazioni di Suburra risiede nel personaggio di Numero 8, criminale di Ostia, interpretato da Alessandro Borghi, il quale, come già ampiamente mostrato in Non essere cattivo di Claudio Caligari, dà una brillante prova del suo talento.sub2

Da un punto di vista mediatico, il film è riuscito a “sfruttare” la fortunata coincidenza dell’uscita a ridosso dell’apertura del processo a Mafia Capitale, il prossimo 5 novembre. Come hanno raccontato in più di un’intervista gli attori protagonisti, praticamente le vicende giudiziarie di Buzzi e Carminati si sono sovrapposte alla lavorazione del film, in una sorta di osmosi involontaria. Non esistono quindi intenzionali collegamenti con la recente cronaca se non quelli che possiamo creare noi a posteriori, sebbene più di un protagonista rimandi facilmente a personaggi reali. Suburra sarà la prima serie tv originale Netflix italiana, realizzata dai creatori di Gomorra – la serie in collaborazione con la Rai. Sarà costituita da 10 episodi ed esordirà in tutto il mondo nel 2017 su Netflix, rete di Internet Tv con oltre 65 milioni di abbonati.

 

Non essere cattivo, l’ultimo capolavoro di Claudio Caligari

“Non essere cattivo” inizia con un’inquadratura a Campo lungo ed un cono gelato, ossia con un omaggio alla scena più nota e citata di “Amore Tossico”, primo dei tre film realizzati dal regista piemontese Claudio Caligari, scomparso a Roma il 26 maggio scorso, a 67 anni. Realizzato diciassette anni dopo “L’odore della notte”, il film di Caligari, prodotto da Valerio Mastandrea con Kimerafilm insieme a Rai Cinema e Taodue Film, racconta la storia di Cesare e Vittorio, «fratelli di strada» nella Ostia del 1995. Figli della strada, di un contesto sociale grottesco e violento, i due conoscono solo un modus vivendi, fatto di notti in discoteca, droghe pesanti, alcool e spaccio. Fino a quando Vittorio non incontra Linda (Roberta Mattei), madre single, e decide di cambiare vita. Inizia a lavorare come manovale, provando a coinvolgere anche Cesare, che adesso frequenta l’ex dell’amico, Viviana (Silvia D’Amico), e sogna di costruire una famiglia con lei. Ma il richiamo della strada, per lui, avrà di nuovo la meglio sui buoni propositi. 

Caligari sceglie il ’95 come anno di pas­saggio, tra l’epoca dell’eroina e quella delle dro­ghe sin­te­ti­che, in una zona peri­fe­rica dove sem­bre­rebbe quasi impos­si­bile non essere «cat­tivi», una zona dove lo spac­cio, inteso come forma orga­niz­zata e capil­lare di com­mer­cio illegale, rappresenta la “soluzione lavorativa” più ovvia per chi vive in borgata, spesso, una scelta quasi obbligata, perché “I sòrdi ce vonno”, e di conseguenza anche lo spaccio, perché “tanta gente ce campa”. I cattivi per Caligari però, non sono solo cattivi, e non sempre è colpa loro se lo sono. Infatti attraverso la sua sensibilità non edulcorata, priva di filtri ideologici, il regista piemontese riesce ad andare oltre all’apparenza dei suoi protagonisti e alla violenza manifesta del loro contesto sociale, riuscendo a leggere dentro ognuno di loro, amandoli per quello che sono, senza l’intenzione di condannarli. In un intervista Francesca Serafini, che con Claudio Caligari e Gior­dano Meacci ha scritto la sce­neg­gia­tura, parlando di uno dei temi centrali del film dice:«È anche il fal­li­mento dell’ideologia del lavoro. Il lavoro era uno dei punti di par­tenza del film. In que­sto suo terzo film Accat­tone prova a lavo­rare, ma se fai il mano­vale in bor­gata i soldi non bastano per vivere, l’unico modo è essere cat­tivo. Cali­gari fa per­dere ai suoi per­so­naggi parte del can­dore rac­con­tato da Paso­lini».

Si intuisce ben presto infatti che il lavoro, rappresenta uno dei temi centrali del film. Il lavoro, inteso come strumento di inclusione sociale e benessere personale, che però si rivela un mito fasullo, capace solamente di alimentare nuove esigenze di consumo di fronte alle quali nessuno può dirsi immune. Caligari non ha mai nascosto di cercare di essere pasoliniano, raccontando una società fortemente diversa da quella degli anni ’60, ma riuscendo ugualmente a trovare una chiave di lettura per usare quello stesso stile in questo mondo. In Non essere cattivo Caligari riesce a collocare la nostra contemporaneità agli anni ’90, schockando ed emozionando lo spettatore, con immagini che allo squallore degli ambienti e alla violenza dei protagonisti, si contrappongono, nell’ultima scena, ad un’inattesa traccia di speranza al termine di una discesa negli inferi che tocca nel profondo tutti, a prescindere dal ceto sociale e dalla mentalità. Riflettendo sulle tematiche del film, non ho potuto fare a meno di pensare alle parole del poeta inglese John Keats:«Bellezza è verità, verità è bellezza». La bellezza del film di Caligari infatti, con la sua “prosa violenta”, si manifesta pienamente quando riesce a mostrare realmente la vera natura dei suoi protagonisti, svelando le fragilità di questi esseri umani terribili e “cattivi”, in perenne e precario equilibrio tra la tragedia e l’ironia. 

In Non essere cattivo la recitazione gioca sicuramente un ruolo fondamentale. I protagonisti del film, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, sono davvero due interpreti straordinari nei panni di Cesare e Vittorio. Dotati di grande talento ed alchimia, portano sul grande schermo una complicità sorprendente, quasi mimetizzandosi in quel mondo e facendolo loro in tutti i suoi aspetti, come se fossero dei veri attori presi dalla strada. Ogni scena nella quale si confrontano diventa dinamica e toccante allo stesso tempo, il tutto condito da una spontaneità ed una naturalezza semplicemente incredibile. Al loro fianco troviamo le ottime protagoniste femminili, Silvia D’Amico e Roberta Mattei. Il film, le cui riprese sono durate sei settimane, è stato fortemente sostenuto e promosso da Valerio Mastandrea, amico del regista e protagonista de “L’odore della notte”, che per l’occasione, si è mosso in prima persona, svolgendo il ruolo di produttore delegato per garantire il ritorno sul set di Caligari.

Non ci resta quindi che fare i migliori auguri a questo piccolo capolavoro (piccolo solo in termini di costi di produzione e distribuzione), scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2016 nella selezione per il miglior film in lingua straniera.