Il ritorno al futuro dell’ex-prigioniero Otis Johnson

Otis Johnson è stato incarcerato all’età di 25 anni, nel 1970, per aggressione e tentato omicidio di un agente di polizia, e haOTIS1 ottenuto la libertà soltanto nel 2014. La pena totale è stata di ben 44 anni di detenzione, alla quale si sono aggiunti altri 8 mesi per un furto commesso all’età di 17 anni. La vicenda di Otis rappresenta sia uno spaccato reale del sistema giudiziario americano, sia lo scenario dal retrogusto fantascientifico, che la New York del 2014 ha mostrato all’ex-detenuto, e con lui alle coscienze del mondo occidentale.

Dal punto di vista giudiziario, Otis è un caso particolarmente fortunato tra gli “elderly inmates”; infatti, i carcerati anziani risultano essere sempre più un problema per il sistema (e anche per le tasche) degli States, dove ormai da diverse direzioni politiche arrivano continue richieste di una riforma giudiziaria. Il Bureau of Justice Statistics afferma che dal 1994 ad oggi, il numero dei detenuti anziani, ovvero quelli sopra i 55 anni, ha avuto un incremento del 250%: se nel ’94 i detenuti anziani erano il 3% nelle carceri statunitensi, oggi sono il 10%. Oltre al problema della rivalutazione della pena, e della sua stessa riduzione, il problema maggiore sollevato soprattutto dai movimenti di protesta, è la mancanza di un programma realmente strutturato per la rieducazione totale del detenuto e per il suo reinserimento nella società. Lo stesso Obama, nel suo discorso alla Rutgers University ha affermato:“Non è troppo tardi. Ci sono persone che hanno superato quei momenti brutali, hanno compiuto degli errori, ma con un aiuto possono certamente tornare sul sentiero giusto”.

OTIS GENTECome mostra la videointervista realizzata da AlJazeera.com, Otis è stato catapultato, nell’Agosto 2014, in uno stridente, chiassoso, eccessivo e ansiogeno Futuro. Il tempo, che per lui era stato forzatamente congelato dietro le sbarre, immutate per 44 lunghi anni, ha continuato invece a scorrere al di fuori del carcere, trasformando la New York del 1970, nel colosso tecnologico e brulicante di vita che è oggi. L’ex-detenuto racconta di aver trascorso diverso tempo ad osservare l’umanità newyorkese dal momento del suo rientro in società e, liberandosi da qualsiasi tipo di giudizio sulla nuova generazione, riconosce con estremo stupore e con un pizzico di sconforto di non riuscire ad integrarsi nell’ambiente del ventunesimo secolo.

Otis abbandona il mondo americano del 1970, periodo in cui iniziavano a comparire i primi computer, la Apple non era ancora stata fondata, la TV via cavo trasmetteva pochissimi canali, e l’utilizzo di internet come lo intendiamo noi era infinitamente lontano per essere persino concepito. Dopo 44 anni, il futuro spiazzante a cui Otis fa riferimento è quello della smartphone-dipendenza, quello della videocrazia, quello dell’onnipresenza della pubblicità e della frammentazione di qualsiasi concetto. Per Otis tutto è confuso o porta confusione, e senza alcuna preparazione preventiva, si è imbattuto nella sua nuova vita come Dante nella selva oscura: “Quando ho visto moltissime persone con le cuffie nelle orecchie ho pensato: sono forse diventati tutti degli agenti della CIA?”. Persino la semplice spesa quotidiana al supermercato diventa per lui un’esperienza singolare perché non riesceOtisJohnson4 a scegliere tra l’infinità di prodotti attraenti, perfettamente confezionati e posizionati sugli scaffali. L’unica certezza nel groviglio della Crazy stuff del supermercato è l’immortale burro di arachidi Skippy. A questo proposito, la ricercatrice Marieke Liem, della Harvard Kennedy School, ha sensibilizzato l’attenzione proprio sul tema della preparazione del detenuto all’impatto con la nuova società, criticando:“La prigione decide quando si accendono e si spengono le luci. Ogni momento della giornata è sistematicamente programmato. Quando hai trascorso la maggior parte della tua vita in prigione, come puoi pretendere di essere un normale membro della società e fare dei programmi?”.

Otis è stato rilasciato con 40$, un documento di identità e due biglietti dell’autobus; nessun’altra cautela per il rientro a New York. Di lui si è occupata l’associazione no-profit Fortune Society; oggi presta servizio in una moschea locale, pratica il Tai Chi e la meditazione, e insegue il sogno di racimolare abbastanza fondi per aprire un rifugio per le donne. Durante i 44 anni di prigionia, Otis ha preso pienamente coscienza delle sue azioni e afferma di non non essere detentore di alcuna compassione da parte della società per i tanti anni in prigione.  “E’ bene che lasci andare le cose, perché perseversare nella rabbia ti porta solo a ristagnare nel passato, bloccando la tua crescita personale. Per questo motivo ho deciso di lasciarle andare, per confrontarmi col futuro e non col passato”. Questo è il suo approccio al futuro e alla ritrovata libertà.

COPERTINA

Musica di strada, a Budapest il didgeridoo diventa moda

jL’artista in questione è Richàrd Ternyàk, in arte Siddhartah Supertramp, un giovane ungherese che, seguendo una delle più recenti e particolari tendenze musicali di Budapest, si esibisce in una Didgeridoo set Performance nel meraviglioso parco che guarda verso Piazza degli Eroi. Quello che cattura immediatamente l’attenzione dello spettatore, spesso un turista incerto, è il fatto che durante la performance il suono sembra essere prodotto da un insieme di strumenti perfettamente accordati tra loro, facenti parte di un unico ritmo tribale e coinvolgente. Avvicinandosi al suono però, si scopre che l’intera performance è prodotta da un unico uomo, un unico fiato, un unico corpo che gestisce da maestro un didgeridoo tipicamente australiano, diverse percussioni, tra cui il Darabouka egiziano e persino un particolare sonaglio alla caviglia.

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Siddharth Supertramp, Foto Facebook

Richard ha iniziato a suonare scoprendo per prima la chitarra e soltanto cinque anni fa si è avvicinato al suono del didgeridoo, scoprendolo grazie al libero e vantaggioso vagabondaggio su youtube; “Il suono del didgeridoo è stato come un risveglio per me e ho pensato immediatamente di iniziare a suonarlo”. Appena due anni fa Richàrd ha potuto conoscere dal vivo una didgeridoo set performance, assistendo allo spettacolo dell’israeliano Yogev Haruvi, famosissimo a Budapest e non solo, per il suo genere insolito e orientaleggiante; “La sua esibizione è ciò che mi ha ispirato maggiormente e mi ha spinto a conoscere questo nuovo modo di fare musica, lui è un musicista di altissimo livello, vive di questa musica; nelle sue performance, che durano anche delle ore, utilizza moltissime percussioni ed è abilissimo a combinare generi e ritmi”.   Ma torniamo a Richàrd:

A quale genere musicale appartiene la tua musica? “E’ una domanda veramente complessa, non posso dare una precisa categoria a questi brevi spettacoli; certe volte immagino il suono della chitarra e cerco di trasferirlo nel didgeridoo set, ma in generale questa è la mia musica, i miei colori. Se dovessi in qualche modo categorizzarmi, potrei avvicinarmi alla Tribal e in generale al genere psichedelico”. Come lui stesso afferma, la sua musica, probabilmente in parte ispirata da Ozrik Tentacles, nonostante provenga da luoghi e tempi lontanissimi, richiama motivi e sensazioni più che vicine all’occidente under-30. C’è ben poco dell’Australia ancestrale nella musica di Richàrd, che invece si avvicina all’elettronica di oggi passando dalla Techno alla Drum ‘n’ Bass, che (i Dj mi perdonino) per la prima volta possono essere effettivamente “suonate”.

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Suoni spesso da queste parti? “Scelgo di suonare spesso all’aperto, nonostante mi stia concentrando anche sugli spettacoli Indoor, perché credo che l’ambiente aiuti a conciliare la musica e i pensieri della gente. Il parco rende la mia musica un momento intimo, nel quale riesco a trovare una connessione con chi mi ascolta e mi dedica del tempo. E’ un’atmosfera armonica a cui non posso rinunciare”. 

Perciò se siete diretti a Budapest dedicate qualche minuto all’ascolto di Richard Ternyàk e della Didgeridoo set performance, una curiosa e divertente novità musicale.