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Cowspiracy, il documentario presto disponibile su Netflix che attacca l’indifferenza degli ambientalisti sull’industria del bestiame.

Cowspiracy è un documentario sull’impatto ecologico prodotto dall’industria del bestiame, realizzato da Kip Andersen e Keegan Kuhn nel 2014 che, dal 22 ottobre 2015, sarà disponibile online sulla piattaforma streaming Netflix, nella sua versione ampliata, stavolta finanziata da un progetto di crowdfunding promosso da Leonardo Di Caprio.

Le più grandi associazioni ambientaliste citate nel documentario

Le più grandi associazioni ambientaliste citate nel documentario

E’ degno di lode, affascinante e particolarmente sconcertante, il fatto che il documentario persegua un obiettivo ben lontano dalle polemiche sterili e dalla mera propaganda vegana. Cowspiracy, libero da sentimentalismi e captatio benevolentiae, sottopone alla feroce e puntigliosa critica non tanto la polopolazione mondiale, nel tentativo di un risveglio improbabile delle coscienze singolari; non tanto la popolazione “carnivora” (i carnivori riportino dentro gli artigli, lungi da me esprimere qualsiasi forma di moralismo, si tratta semplicemente di una veloce classificazione); quanto la popolazione ambientalista. Il documentario sfida, attacca, denuncia e combatte, mediante la storia della personale disillusione di Kip Andersen, i maggiori gruppi ambientalisti mondiali, quali Greenpeace, Rainforest Action Network, Sierra Club etc., i quali, ignari o sottomessi alla cowspiracy appunto, non citano in nessun modo (tra la vasta gamma di materiali di ricerca o argomenti di inchiesta) il danno ambientale prodotto dall’industria animale.

110 grammi di carne contenuti in un hamburger richiedono per l’intero ciclo di produzione 2500 litri d’acqua. Le docce di due mesi.

Questo però non lo dice “salviamoilmondoconcoraggio.it”, ma i rapporti ufficiali dell’ONU, Unesco, Fao, e i partner ufficiali della NASA, ovviamente disponibili e liberamente consultabili sul sito ufficiale di Cowspiracy. Allora perché Greenpeace ha rifiutato ripetutamente gli incontri proposti da Andersen, laddove la Animal Agricolture Alliance, lobby dell’industria del bestiame, ha accettato piacevolmente la chiacchierata? Nel giro di 20 anni, in Brasile, 1100 attivisti e giornalisti sono stati uccisi dopo aver esposto la propria posizione riguardo l’impatto ambientale prodotto dall’industria animale.

Alcuni gruppi ambientalisti hanno ritirato i finanziamenti stanziati per Cowspiracy durante le riprese, altri invece hanno vietato che i loro volti venissero ripresi, altri ancora, hanno optato per un diplomaticissimo: “Non me la sento di rispondere a queste domande”. Ma non è il caso di Greenpeace. Greenpeace ha sicuramente l’agenda troppo piena per concedere colloqui.  A confermare la cospirazione da cui ha origine il titolo, vi è il caso di Howard Lyman, ex-allevatore e attivista, autore di “Mad cowboy”, il quale è stato citato in giudizio da alcuni agricoltori per aver detto la verità sugli allevamenti intensivi al The Oprah Winfrey Show. Il processo, costato migliaia di dollari, ebbe luogo grazie alla legge Food Disparagement, diffamazione alimentare, secondo la quale è contro la legge affermare un dato considerato notoriamente falso riguardo un prodotto.

animaliDal fulcro tematico dell’industria del bestiame, derivano diverse problematiche: surriscaldamento globale, inquinamento atmosferico e delle acque, spopolamento degli oceani, deforestazione ed estinzione di massa di numerose specie animali, esaurimento delle risorse idriche e così via. I soliti noti. I soliti noiosissimi noti, attribuiti secondo la sconfinata letteratura ecologista, alla spietata crescita dell’industrializzazione. Eppure:

  • Il 13% dei gas è prodotto dai combustibili fossili, il 18 % invece è di origine animale.

  • Il surriscaldamento globale è prodotto per il 51% dagli allevamenti di bestiame e per il 13% da industrie e trasporti.
  • Il 5% delle risorse idriche vengono dedicate all’uso domestico, il 55% all’agricoltura animale;
  • 1\3 delle risorse idriche mondiali è destinato alla produzione dell’industria animale;
  • 10,6 milioni di ettari delle foreste pluviali vengono abbattuti per la produzione di olio di palma, 56 milioni di ettari per l’industria animale.

Mi raccomando, chiudete il rubinetto mentre vi lavate i denti, una domenica al mese usate la bicicletta al posto della macchina e boicottate la Nutella!

hamburgerMichael Pollan, giornalista e docente all’UC Graduate School of Journalism di Berkeley afferma: “Non esiste un modo per sostenere l’impatto di 255 grammi di carne al giorno. Deve diminuire. Probabilmente si potrebbe arrivare a sostenere soltanto 60 grammi a settimana”. Dall’altra parte, dal dipartimento californiano legato alla salvaguardia delle risorse idriche, arriva: “Una cosa è limitare i consumi, un’altra è cambiare le abitudini di una popolazione […] è una battaglia politica persa in partenza, le associazioni ambientaliste hanno bisogno di finanziamenti e non possono permettersi di etichettarsi come anti-carne. Le teorie proposte per la risoluzione del problema sono limitate, poco comode, e spiccatamente schierate a favore della dieta vegana, inopinabile. Ma il vero contribuito offerto dal documentario è la denuncia dei dati scientifici legati al problema, e il disincanto nei confronti dei più grandi alleati mondiali dell’ecologia. Non a caso il documentario ha inizio con la celebre frase di Martin Luther King: Alle fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma i silenzi dei nostri amici.

Non si può essere ambientalisti e mangiare prodotti di origine animale. Punto. Illudete voi stessi, nutrite la vostra dipendenza se volete, ma non consideratevi degli ambientalisti. Fai quello che puoi fare nel miglior modo possibile ogni giorno della tua vita e quando morirai sarai la persona più felice che sia mai morta”. (Howard Lyman)

Elena Sofia Safina

Nata a Cagliari. Attualmente iscritta alla facoltà di Lingue e Comunicazione dell’Università di Cagliari, aspirante giornalista, amante dell’arte, della musica e della danza. Redattrice presso Linkursore dal 2015

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