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La pena di un boia

Execution by guillotine in Paris during the French Revolution.   (Photo by Hulton Archive/Getty Images)Il tema della pena di morte ha suscitato e continua a suscitare enormi e spesso inconcludibili e inconcludenti riflessioni da parte di tutti. Dai pre-adolescenti, schifati dal gusto splatter della Rivoluzione Francese studiata sui libri, ai giovani liceali, annoiati o innamorati delle pagine di Beccaria, arrivando poi ai quasi adulti o medio giovani non totalmente ingenui, i quali, con discorsi da bar o con manuali severi alla mano, esprimono la loro più o meno modesta opinione sulla pena di morte. Non rimangono esclusi i veri adulti anagrafici e gli anziani, talvolta fomentati dal fuoco del dibattito, altre volte rassegnati dalla consuetudine di vivere in una società con o senza la pena di morte; questi ultimi calmano le fiamme di figli e nipoti con la solita verità assordante, necessaria e universalmente utilizzabile: “Figliolo è sempre andata così, prima era anche peggio!”.

2013101521il-boiaOgni individuo tra questi, fatta eccezione per l’anziano rassegnato, avverte durante il dibattito, un senso di totale incomprensione dell’opinione opposta; un’incomprensione non soltanto ideologica o etica, ma un contrasto, un impatto subìto sul piano logico, in cui il sostenitore della pena di morte osserva esterrefatto la totale mancanza di nesso causa-effetto nelle parole di scellerato buonismo di chi invece la abolirebbe; quest’ultimo d’altra parte, sente un brivido percorrere tutta la schiena nel momento in cui il suo interlocutore si fa vanto dell’eticità della vendetta regolarizzata. Si è dibattuto a lungo sul profilo del condannato, e sull’eticità della legge che sancisce la pena di morte. Poco invece (fuori dagli ambienti accademici) si è dibattuto sul ruolo del boia; inoltre le speculazioni a riguardo, ruotano ancora una volta intorno all’eticità della figura del boia, ma mai intorno al suo profilo individuale di essere umano.

esecuzioneLo sviluppo e la specializzazione del mestiere, o semplicemente la censura del politicamente corretto, ha voluto chiamare il boia “ufficiale di polizia facente parte del plotone di esecuzione”; la storia dell’anonimo boia in questione è legata all’Indonesia, precisamente all’isola di Nusa Kambangan, detta anche isola della morte perché luogo principale per le esecuzioni dei detenuti, e l’intervista è stata realizzata da Kate Lamb per il Guardian.

Il giovane ufficiale racconta che l’esecuzione dei detenuti avviene nella foresta delll’isola, e che ogni condannato a morte viene scortato da 5 Brimob, la Bragata Mobile, ovvero gli ufficiali della morte, tra cui l’intervistato; che scortano il prigioniero durante le buie notti in isolamento e durante tutto il tragitto nella radura. Una parte della squadra di polizia dell’intero sistema si occupa dell’esecuzione, svolgendo il compito classico del vero boia; l’altra parte, di cui parla l’intervistato, svolge il compito più ingrato: scortare e legare i prigionieri.

“L’onere mentale è più pesante per gli ufficiali responsabili del trattamento dei detenuti piuttosto che per quelli che sparano, perché quegli ufficiali hanno il compito di prelevarli dalla loro cella, prendergli le mani e legargliele, fino a quando non sono morti. Vediamo la persona da vicino, da quando è viva e sta parlando, fino alla morte. Conosciamo [quel momento] con precisione.”, e ancora “Premere il grilletto è la parte più facile. La parte peggiore è il contatto umano, il rapporto con coloro che stanno per morire. Il boia deve legare gli arti del prigioniero a un palo a forma di croce con della corda spessa. È quell’ultimo momento di intimità brutale che ti tormenta.”.

pena di m0rteUna delle ultime volontà del condannato a morte in questo caso è la richiesta di assistenza religiosa o il semplice desiderio diggg7 coprire il volto durante l’esecuzione, probabilmente una scelta più desiderata dall’intervistato, il quale aggiunge:“Spero di non ricordare in futuro questi momenti. Spero che i prigionieri che ho ucciso riposino in pace. Spero di fare altrettanto.”. Come tristemente ha testimoniato la sconfinata letteratura legata al processo di Norimberga, uno dei princìpi e degli alibi impugnato dagli esecutori di mestere recita:“Io sono tenuto a rispettare il mio giuramento come soldato. Il prigioniero ha violato la legge e noi stiamo eseguendo un comando. Siamo solo gli esecutori. Riguardo alla questione se sia peccato o no, spetterà a Dio giudicare”. Questo è quanto afferma l’anonimo ufficiale indonesiano, per far conoscere al mondo la realtà della vita del boia, da qualche parte nel Pacifico, molto dopo Norimberga, molto dopo Beccaria, molto dopo i gladiatori.

solo bimbi

Elena Sofia Safina

Nata a Cagliari. Attualmente iscritta alla facoltà di Lingue e Comunicazione dell’Università di Cagliari, aspirante giornalista, amante dell’arte, della musica e della danza. Redattrice presso Linkursore dal 2015

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