Taylor Camp, la storia del paradiso Hippie (VIDEO)

Era il 1969 e tredici ragazzi si allontanavano dalle chiassose e disordinatissime rivolte universitarie in cerca di un po’ di leggerezza, d’aria fresca. I sognatori della libertà, gli hippie, vennero però arrestati con l’accusa di vagabondaggio e portati nel carcere di Kauai, nelle Hawaii. Per gentile intercessione di Howard Taylor, esattamente il fratello della celeberrima Elizabeth Taylor, i tredici non solo riuscirono ad uscire di prigione, ma furono invitati dal fratello dell’attrice a fermarsi nella sua terra di proprietà, a nord dell’isola di Kauai. Gli sventurati risposero.

Na Pali Coast, dove sorgeva la comunità hippie

Na Pali Coast, dove sorgeva la comunità hippie

Il perché è facilmente intuibile; avevano trovato la geografia disegnata a misura di hippie, il tanto sognato e ricercato paradiso terrestre, l’Eden della riconciliazione attiva con l’origine del tutto, possibilmente da nudi, possibilmente non lucidi. Positive vibrations. Ed ecco arrivare a popolare la spiaggia ustionante e le acque cristalline, decine e decine di nuovi sognatori, talvolta veterani che avevano combattuto in Vietnam, altre volte surfisti a caccia di onde nuove, bagnate e non; o semplicemente nuovi hippie. La somma dei giovani contava circa 120 persone, 120 teste calde a cui era stato regalato per intercessione semidivina il paradiso terrestre.

La gelosa autorità americana non tardò ad opporsi e nel 1977 il governo mise fine 091022bighouseall’esperienza hippie in modo più brutale che repentino. La polizia infatti diede alle fiamme tutte le costruzioni che la comunità dei 120 giovani aveva costruito con le proprie mani nel corso degli anni. Le case in questione erano in realtà bizzarre capanne di bambù costruite sugli alberi o in riva al mare. Case certamente precarie e figlie di materiali occasionali che l’Eden offriva, ma che per la vita che la comunità auspicava risultavano essere il nido di una qualche riservatezza e contemporanemente il nodo di scambio tra i giovani sognatori.

La silenziosa e passiva provocazione degli hippie, consistente nella loro stessa presenza, divise la comunità hawaiana che, da una parte accettava di buon cuore (o per semplice indifferenza) la presenza della comunità dei campeggiatori flower power; dall’altra vi era invece la fazione robusta e pasciuta degli oppositori della vita hippie. Già dagli anni ’70 l’ipocrisia veniva magistralmente mascherata con il senso pratico-economico, secondo il quale l’insolita comunità hippie avrebbe potuto dar fastidio ad eventuali turisti e quindi bloccare l’altrettanto eventuale sviluppo del Progresso economico, a momenti più utopico della Terra Promessa o degli stessi Hippie.

trip-225-taylorcamp-0011La fazione contraria vociferava quotidianamente sull’inaccettabile uso di droghe psicotrope praticato da quegli strani giovani che, per non farsi mancare niente, non perdevano tempo ed energie nemmeno per coprire le loro oscene nudità. Erano gli anni ’70 dopotutto, bisognava scegliere da che parte stare, non esisteva il centro pigliatutto! E fu così che dopo otto anni di giovani miscredenti, nudi e alticci, il Taylor Camp, così si chiamava la comunità, fu raso al suolo per lasciar spazio al nuovissimo, fruttuosissimo, pulitissimo Na Pali State Park, il parco protetto voluto dallo stato. Oggi, seduto comodo sopra il fantasma del Taylor Camp c’è un parcheggio turistico con annessi servizi igienici e aria ristoro.

Fortunatamente il fantasma della comune hippie non vive di prigionia sotto la sabbia ma è TC05a-500x375venuto fuori orgoglioso e nostalgico con una meravigliosa raccolta di fotografie scattate da John Wehrheim, un giovane sognatore hippie di Taylor Camp, il luogo incantato che dà il nome alla stessa raccolta. La raccolta ha poi ispirato un documentario su Taylor Camp, diretto da Robert C.Stone e Margo Romero, e scritto dall’autore e fotografo sopracitato, John Wehrheim. il documentario ha permesso alle generazioni lontane, per longitudine o per data di nascita, di conoscere da vicino alcuni dei giovani hippie e, forse, di comprendere con saggezza la spiegazione (inspiegabile) della leggerezza di “Fate l’amore, non la guerra”.

Ecco il trailer ufficiale del documentario:

 

 

Elena Sofia Safina

About Elena Sofia Safina

Nata a Cagliari. Attualmente iscritta alla facoltà di Lingue e Comunicazione dell’Università di Cagliari, aspirante giornalista, amante dell’arte, della musica e della danza. Redattrice presso Linkursore dal 2015